VERONA gennaio 2003

CONVEGNO REGIONALE DELLA SINISTRA ECOLOGISTA

VERSO UN’AGENDA 21 LOCALE PER IL VENETO

                                      (luisa de biasio calimani)

 

 

Agenda 21 è un contratto con la società, un modo per rinnovare Istituzioni e Politica.

Attraverso lo strumento della partecipazione, avvia un processo strategico di verifica dello sviluppo sostenibile.

Attraverso la diffusione delle conoscenze, la condivisione  degli obiettivi e dell’itinerario da parte dei soggetti che vi prendono parte, assicura il controllo sugli esiti del progetto.

E’ una scommessa e una sfida per le città europee (alla quale fin’ora già oltre 100 hanno aderito) una sana competizione  fra città sulla qualità ambientale che i parametri assegnati consentono di confrontare.

Ma se si esaminano i criteri di sostenibilità e i 10 indicatori  Comuni Europei, appare evidente come l’applicazione di AGENDA 21 non possa  prescindere dai processi di trasformazione del territorio e dalla pianificazione urbanistica.

In caso contrario, il rischio, anzi la certezza, è la sua decontestualizzazione e l’emarginazione delle scelte ecologiste anche strategiche se viaggiano  separate e parallele ad altre politiche di solito prevalenti.

L’integrazione di Agenda 21 nei processi e negli strumenti di pianificazione urbanistica è l’unico modo serio di praticarla e di garantire la coerenza delle azioni che nelle Pubbliche Amministrazioni risultano essere spesso contradditorie.

Il Comune di Verona, che finalmente si accinge a redigere il nuovo P.R.G., dovrebbe tenerne conto.

Agenda 21 a Stoccolma ingloba l’intero Piano Strutturale della città.

Ed è giusto che sia così, perché la verifica a posteriori delle coerenze può generare più conflitti che soluzioni e limitare Agenda 21 a qualche misura estemporanea.

 Il tentativo di integrazione delle politiche ambientali con quelle territoriali è stato proposto dalla legge 431 ( Galasso) già nel 1985 con i Piani Territoriali a valenza paesistico ambientale; ma a livello comunale la filosofia e la pratica dell’integrazione ambiente-territorio sembra difficile da far decollare.

 Eppure, la responsabilità che la modifica al titolo V della Costituzione affida ai Comuni, rende quanto mai coerente l’assegnare a questo livello istituzionale il compito di promozione e controllo degli interventi di prevenzione del rischio.

Perchè le grandi lacerazioni  con il sistema ambientale non avvengono solo a causa della distruzione della foresta amazzonica, ma anche per il ripetersi di micro interventi che se presi singolarmente non suscitano grande sconcerto, ma moltiplicati in forma esponenziale provocano quelle che potremmo definire catastrofi programmate. Questi interventi si compiono nel territorio nel quale viviamo, dove potremmo esercitare un’azione diretta ed efficace.

 Agenda 21 locale sollecita infatti l’assunzione di responsabilità individuale e collettiva perché trasferisce i compiti dal livello sovranazionale a quello locale.

Perché con il coinvolgimento programmato di cittadini e associazioni, non solo contribuisce alla crescita individuale di ognuno attraverso l’impegno civile esercitato collettivamente, ma stabilisce in modo induttivo che il presidio dei cittadini sul territorio, diventi una garanzia di tutela.

Non si mettono mai in relazione simultaneamente gli eventi catastrofici, così detti naturali, con le azioni umane che li hanno provocati.

La continua erosione di suolo permeabile da parte delle nuove urbanizzazioni legittimamente inserite nei Piani Regolatori Comunali,  il tombamento di fiumi, fossi, scoline, che oltre ad alterare il disegno del paesaggio agrario impediscono l’assorbimento e il regolare defluire delle acque piovane aggravando il fenomeno delle esondazioni che sta devastando il Paese con danni incommensurabili a persone e a cose, non sono estranei alle scelte di pianificazione territoriale che indirizzano gli interventi di trasformazione.

Il consumo di territorio è sempre stato sproporzionato alle esigenze derivate dalla necessità di far fronte al fabbisogno abitativo, ma nell’ultimo decennio la denatalità ha reso ancor più macrsoscopico il divario. Il concetto di limite non è ancora culturalmente assunto, ne chi governa sembra avere la piena consapevolezza che il territorio non è un bene inesauribile.

La salute e il benessere psico-fisico sono messi a dura prova dal modello di sviluppo che si riflette, sopratutto nel nord-est, nel modello territoriale e urbano della città diffusa che richiede per sua natura, un fitto reticolo di strade incapaci di risolvere i problemi della mobilità crescente e sempre più erratica.

E’ un circolo vizioso: la presenza di strade provoca nuovi insediamenti che si addensano lungo la rete viaria e gli insediamenti,  rincorsi o preceduti da varianti urbanistiche che “regolarizzano” il processo di urbanizzazione spontanea, provocano la domanda di nuove strade. Tutto questo avviene in presenza di una congestione del traffico che costringe le persone per periodi sempre più lunghi in una cella mobile.

La città è diventata una trappola. Una ragnatela dalla quale non si può sfuggire perché i percorsi sono obbligati e il mezzo di trasporto su gomma spesso non ha alternative. Perché la città è costruita ma non progettata.

O come afferma Louis Munford  è stata realizzata “un’anti-città destituita degli attributi urbani”

L’alternativa ai modelli di sviluppo dominanti comporta  una profonda riforma urbana e una pianificazione territoriale che indirizzi le politiche di investimento pubbliche e private, per fare della città il simbolo di una cultura comunitaria.

Sembra profetica e scritta per questi territori la frase di F.Lloyd Wrygt “la città si costruirà da se’, come per caso”.

Forse non è così ineluttabile e un’inversione di tendenza è non solo possibile ma indispensabile se si intende realizzare non solo sviluppo ma progresso.