Rapporto dell’incontro del 20 maggio a Monte Giove su "Città bella"

 

Per rinnovare la democrazia occorre partire dalla città, dagli ambienti in cui si manifesta e si riproduce continuamente la vita dei cittadini. Questo è il punto comune emerso nell’incontro preliminare tra alcune persone sensibili ed interessate alle questioni che riguardano il futuro delle nostre comunità e dei nostri territori.

Riflessione condivisa è che per partire dalla città occorre che la politica torni a colmare un vuoto. Di credibilità e di autorevolezza prima di tutto e poi di programmazione e di indirizzo. Il vecchio sistema della rappresentanza e della mediazione è stato scardinato dalle tendenze socio-economiche e dalle riforme intervenute negli anni scorsi. Riforme parziali ma significative, che avrebbero dovuto accelerare i processi decisionali e dare più strumenti alle amministrazioni. Con il rischio di ridurre le scelte nelle mani di pochi, che dovrebbero rappresentare gli interessi di molti e che invece sono sempre più isolati, con la presunzione di far a meno dei livelli intermedi nei rapporti con i cittadini, svincolandosi dal controllo popolare. Negli ultimi anni però si riscontra una formidabile crescita, in forme nuove, della partecipazione. E’ necessario quindi cercare di coniugare efficienza e rapidità nelle scelte con un confronto più ampio e funzionale.

La città è l’ambito per eccellenza di socializzazione e di partecipazione alla sfera pubblica. Più piccola è la dimensione e maggiori sono le opportunità di sperimentare modelli di coinvolgimento alla vita politica.

La prima considerazione è sulla qualità dell’ambiente urbano. Questa determina fortemente le condizioni di socialità, le forme di solidarietà e di aggregazione dei cittadini. La qualità della città significa qualità degli spazi, delle opere, degli edifici, del vivere e si traduce in qualità dei rapporti e delle relazioni. Non la città di pochi ma il luogo di tutti. Un luogo in cui si fondano l’equità e la bellezza. Per realizzare una città bella, funzionale, dotata di servizi occorrono infatti spazi urbani adeguati e ben localizzati.

La seconda riflessione riguarda i confini della città. Cioè quello che concerne la scala, l’ampiezza e le connessioni sociali, culturali ed economiche. Oggi le città vanno verso la marginalizzazione e l’omologazione, solo i centri storici le differenziano. Nonostante i proclami di urbanisti e amministratori la città non ha contenuto i suoi confini e si sono perduti gli ultimi spazi di città inedificata. Sempre più forte dovrebbe essere la difesa di luoghi socialmente ed ecologicamente funzionali alla salute e alla bellezza della città. Non un aggregato di insediamenti diffuso sul territorio, ma una rete di componenti urbane e di connessioni economiche e culturali, ciascuno con la propria identità e diversità che vive in relazione con gli altri elementi della rete. E’ necessario cioè ragionare in termini integrati, di città-sistema e di area vasta. Solo così è possibile recuperare un concetto unificante di città.

Altra questione è l’integrazione nella città. Le aree urbane sono attualmente luoghi di problemi gravi e complessi di organizzazione delle condizioni di vita. Connessi al degrado della società, alle disuguaglianze sempre più marcate e ai fenomeni immigratori. Ai vecchi separatismi si aggiungono infatti le nuove disparità sociali. E’ necessario prevedere nuovi spazi multietnici e nuove forme di perequazione che non trascurino l’importanza dei servizi accanto alle costruzioni. Pressante è l’esigenza di nuovi spazi e nuove costruzioni per la residenza sociale.

Da queste considerazioni emerge una forte domanda di politica. Perché governare la città è governare la complessità e per farlo occorre ridare centralità, nelle questioni urbane e territoriali, all’intervento pubblico. Per contrastare la tendenza alla privatizzazione, al mercato, alla negoziazione del centrodestra occorre che il centrosinistra elabori un progetto comprensibile e chiaro. La mancanza di indirizzo politico infatti apre un vuoto dove si inserisce la filosofia con cui si sta approvando la nuova Legge nazionale dell’urbanistica. Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione il governo del territorio diventa un processo integrato e complesso che, più di prima, necessita di concertazione e assunzione di responsabilità politiche. I politici debbono dare indirizzi chiari ai tecnici nelle trasformazioni delle città e i tecnici debbono applicare gli strumenti della disciplina urbanistica interrogandosi anche sul fine.

Emerge quindi la necessità di un dialogo fra politici e tecnici. Ciò presuppone l’acquisizione di capacità progettuali, di valutazione e di iniziativa da parte degli enti locali, in particolare i comuni, che sappiano indirizzare e coordinare i diversi soggetti che intervengono sul territorio, garantendo loro poteri e strumenti di intervento. Occorre costruire un percorso comune di confronto fra architetti, urbanisti, amministratori, politici, associazioni, cittadini sul destino delle nostre città. E’ l’intento dell’Associazione "Città amica" e, nel piccolo, anche la Scuola di Formazione Politica "L’anello mancante" si pone questo scopo, da perseguire attraverso una serie di incontri e seminari all’insegna del dibattito e avvalendosi di strumenti di consultazione e di confronto costante come il sito internet. Tutto ciò tenuto conto delle mutazioni politiche in corso, del nuovo ciclo di amministratori che si sta affermando e della crescente partecipazione politica che emerge dalla società civile.

E’ necessario quindi intraprendere un cammino nuovo, aprire una nuova finestra sul tema della città, verificare se c’è interesse a promuovere e gestire un percorso di studio, di approfondimento e di scambio che spalanchi prospettive nuove con una maggior attenzione al dialogo, alla partecipazione e al controllo da parte dei cittadini. L’obiettivo è quello di ridisegnare insieme una nuova mappa dei diritti urbani, nuovi beni da tutelare per migliorare la qualità della vita della città che deve tornare ad essere la "culla della democrazia".