Diritti Urbani e Governo del Territorio

Politica e urbanistica a confronto

Venerdì, 6 febbraio 2004. Villa Valmarana, Noventa Padovana

Diritto alla bellezza

Forma e valore degli spazi urbani nella città contemporanea

(Franco Mancuso)

Il tema della bellezza, inquadrato nella più generale problematica dei diritti urbani dei cittadini, rischia di essere il più ambiguo, scivoloso e deviante fra quanti vengono discussi in questo nostro Convegno, se non si stabiliscono prioritariamente i significati che intendiamo attribuirgli.

Occorre sgombrare anticipatamente il campo dai molti equivoci che esso può generare, e contrapporre valide argomentazioni alle obiezioni che possono essere mosse a chi crede, come noi crediamo, che il diritto alla bellezza della città sia uno dei diritti fondamentali dei cittadini. Ciò che cercheremo di fare in questa nostra discussione.

  1. Alla base dei molti equivoci che il tema può suscitare, vi è anzitutto il rischio che si trasferisca alla città e al paesaggio una concezione della bellezza mutuata da altri campi disciplinari: ciò che di fatto è accaduto, quando si è assunto che anche per la città – e per il paesaggio – la bellezza fosse "la capacità di appagare l’animo attraverso i sensi, divenendo oggetto di meritata e degna contemplazione" (traggo questa definizione dal più accreditato fra i dizionari della lingua italiana); ritenendo di conseguenza che il diritto a goderne fosse limitato alla garanzia di poter "contemplare" quelle parti di città, o di paesaggio, per le quali taluni avevano affermato che possedessero valori fondamentalmente "estetici".
  2. La garanzia che tale diritto fosse assicurato, veniva riposta nello strumento del vincolo: di modo che quelle parti di città, o di paesaggi, ritenute degne di essere contemplate, venissero imbalsamate, rese intoccabili, degne solo di quegli interventi che quegli stessi che le avevano designate avrebbero ritenuto compatibili.

    Tutto ciò sta ancora oggi nelle leggi – vecchie ormai di 65 anni – che regolano questa materia; ed analogamente, salvo che per gli approfondimenti di campo, negli strumenti per il governo del territorio approntati da comuni, provincie e regioni.

    Credo che si possa convenire sulle tragiche conseguenze di questa concezione: l’isolamento di porzioni più o meno estese di città e di territori ha contribuito a far si che in tutto il resto si operasse senza discernimento, producendo la bruttissima città che tutti conosciamo. Non impedendo che in quelle pur limitate situazioni ritenute degne di vincolo, l’abusivismo di massa producesse disastri incolmabili, peraltro poi legittimati con gli strumenti del condono.

  3. Questa concezione della bellezza va dunque respinta, se si parla di città, così come va rigettato il criterio con cui la si è esercitata.
  4. Diritto alla bellezza è tutt’altra cosa: è il diritto, per tutti gli individui e per tutti i gruppi sociali, di vivere in un luogo che essi riconoscano piacevole, attraente, stimolante; un luogo dove non sia opprimente trascorrere gli anni della propria vita, nella casa in cui si abita, negli spazi in cui ci si incontra, in quelli in cui si lavora, nei tragitti che si compiono spostandosi dall’uno all’altro. Il diritto ad avere tutto ciò nei paesi in cui si è nati, o dove si sia approdati giungendo anche da lontano; da bambini, da giovani, da adulti o da anziani. Sia che si parli la stessa lingua, o lo stesso dialetto, sia che ci si confronti con espressioni ed idiomi d’altrove; sia che ci si vesta allo stesso modo, e sia che si conservino i costumi dei luoghi di origine; che si mangi o meno lo stesso cibo; che si abiti o si frequentino gli spazi della vita sociale in un modo, o in un altro.

    Diritto alla bellezza è diritto ad un luogo fisico in cui ciascuno possa manifestare liberamente i segni della propria cultura, con la consapevolezza che questo contribuirà ad accrescerne nel tempo la qualità, e per l’appunto la bellezza. È il diritto a vivere in un luogo pulito, nei manufatti, negli spazi e nell’aria; un luogo che non sia dominato dal traffico, ossessionato dal rumore; dove ci si possa sentire sicuri, nello stare e nel camminare, di giorno e di notte. Dove la natura non sia stata espulsa, ed al contrario possa essere ancora protagonista.

    Ed infine è il diritto di godere di un luogo del quale si possa anche "contemplare" la bellezza: ma con la consapevolezza che le stratificazioni storiche che hanno contribuito a generare quella bellezza, le testimonianze delle successioni generazionali che si sono materializzate in città, piazze, monumenti, paesaggi, siano patrimonio comune, valori accessibili.

    Questa concezione del diritto alla bellezza può dar luogo ovviamente a molte obiezioni; richiede dunque altrettante valide argomentazioni, per contrapporvisi con forza e convinzione.

  5. La prima obiezione è che il diritto alla bellezza così concepito sia una cosa per ricchi: che per i miliardi di persone per le quali le condizioni di vita sono miserabili, per i "dannati della terra", per gli abitanti di suburbi, favelas e bidonvilles, per i senza terra, i senz’acqua, i senza cibo, i senza medicine, vi siano altre priorità, altre emergenze.
  6. È un’obiezione che va decisamente respinta: perché questi stessi individui, queste stesse comunità, avevano goduto per secoli di questo diritto, nel modo in cui abbiamo convenuto di intenderlo: nei paesi oggi martoriati dalla miseria e dal degrado, nel cuore del Mali, in Nigeria, i segni di ben radicate culture, ancor oggi percepibili, si sono manifestati negli edifici e negli spazi abitati con forme e significati che altro non sono che ricerca ed espressione della bellezza.

    Quando si era tutti più uguali – noi assai meno ricchi, e loro assai meno poveri – la deprivazione di questo fondamentale diritto non si era ancora esercitata. Sicchè, quando finalmente porremo mano al riscatto delle loro condizioni di vita, non ce ne dimenticheremo, noi e loro: faremo case e luoghi nei quali la spinta all’espressione delle culture di chi ci vive, fino ad oggi forzatamente sopita dall’imposizione delle disuguaglianze, possa di nuovo affiorare, e man mano rinvigorirsi.

    Non è impossibile, non è un’utopia: ci hanno provato con successo i finlandesi, fra gli altri, con straordinari interventi in Senegal e in Guinea: quelle scuole, quel centro sanitario, quel centro per le donne, che abbiamo intravisti di recente in una inaspettata fessura aperta dall’ultima Biennale di Architettura nel rutilante paesaggio di grattacieli e mastodonti urbani, rivelandoci, come gli stessi autori hanno scritto, come "l’Africa possa avere un futuro, e pur travolta dalle carenze materiali, trabocchi di vitalità, voluttà e umanità".

  7. La seconda obiezione è che non si sia più capaci di farlo: che il diritto alla bellezza si sia potuto esprimere solo nella storia – città, piazze e monumenti antichi ne sarebbero il retaggio – e che oggi, anche avendone i mezzi, non si è più capaci di ricreare le condizioni perché ciò possa avvenire.
  8. Anche questa obiezione va respinta con forza e decisione: è vero che le nostre città ed i nostri territori sembrano aver espulso il valore della bellezza, e che ciò che sembra valere, nel panorama di squallore urbano che pervasivamente ci avvolge, è per l’appunto quello stratificarsi di eventi che hanno dato luogo alla città storica. Ma è altrettanto vero che la cultura architettonica ed urbanistica dal nostro tempo ha saputo incorporare, nei suoi momenti più felici, il valore della bellezza in modo eloquente, percepibile e riconosciuto, offrendola in dono ai cittadini che hanno avuto la fortuna di usare di questi luoghi: nell’espansione urbana dell’Amsterdam di Berlage, nei luoghi centrali della Lubiana di Plecnik, nei nuovi quartieri della Francoforte di Ernst May, e poi in quelli di Stoccolma, e poi ancora nelle strade e nelle piazze di Barcellona, nei nuovi parchi urbani di Parigi. E in alcuni recenti recuperi di aree urbane dismesse: valga per tutti la straordinaria esperienza di Malmö - a poche miglia da Copenaghen, ma nel sud della Svezia - dove un’area di fabbriche abbandonate e di ex cantieri ha generato quella bella "city of tomorrow" che incorpora i principi della sostenibilità nel quadro della trasformazione ecologica dell’intera compagine urbana.

    Se lo si è fatto dunque, e se ancora lo si continua a fare, più altrove che da noi, con rinnovate energie, non c’è ragione perché non si possa sperare di farlo; magari con più incisività, e maggior partecipazione.

  9. La terza obiezione è che non ci sia più niente da fare: che il diritto alla bellezza sia per sempre perduto, a causa del grado di compromissione delle nostre città e dei nostri territori, così elevato da non consentire più di enuclearvi spazi di intervento sufficienti a garantire ai cittadini questa fondamentale esigenza; che le buone occasioni siano state tutte perse; che oggi ogni contesto sia ormai bloccato, ossificato, inamovibile; che gli spazi di manovra si siano venuti man mano restringendo, fino ad esaurirsi del tutto.
  10. Anche questa obiezione va decisamente respinta. Perché invece il quadro urbanistico sembra mostrare esattamente il contrario: città grandi, medie, piccole, al nord e al sud, stanno vivendo la fase della dismissione delle originarie aree produttive e degli impianti urbani di origine otto-novecentesca, mentre fiorisce la produzione di strumenti urbanistici intermedi – i PRU, i PRUSST, e molti altri ancora – che ne rimettono in discussione l’assetto funzionale e morfologico.

    È una fase storica eccezionale per le nostre città, unica e irripetibile: la si può cogliere nella prospettiva di colmare il fabbisogno di spazi e servizi, di collegare fra loro ambiti urbani fino ad oggi separati e distinti, di rendere nuovamente accessibili luoghi interclusi che avevano impedito agli spazi pubblici – strade, piazze e giardini – l’indispensabile continuità; di rendere usabile e fisicamente percepibile il ricco patrimonio archeologico-industriale esistente.

    C’è il rischio che tutto ciò non accada, e che l’occasione storica venga bruciata sull’altare della mera valorizzazione immobiliare. Ma ci si può ancora indirizzare verso la prospettiva opposta, e cioè quella di utilizzare questo immenso patrimonio ora disponibile per migliorare la qualità – la bellezza – delle nostre città.

    Cosi come si può agire, come altrove si sta facendo, ponendo mano alla riqualificazione dei quartieri residenziali concepiti nella fase della più acuta emergenza abitativa secondo i principi dell’edilizia di massa: fino all’abbattimento e al loro completo rifacimento, quando non vi siano proprio le condizioni per recuperare le strutture edilizie esistenti.

    Lo spazio di manovra è immenso, al centro e nelle immediate propaggini; così come nelle periferie, dove il verde può ancora essere ramificato ed introdursi fra le maglie del costruito, dove i bordi verso la campagna possono essere ridisegnati, e i mille cuori storici delle distese metropolitane riproposti e rinvigoriti.

  11. L’ultima obiezione, la più insidiosa, è che sia venuta meno la rivendicazione del diritto alla bellezza della città, perché è venuto meno il bisogno di città; che l’intorpidimento individuale e collettivo generato dalla presenza sempre più invasiva dei mezzi di comunicazione di massa attutisca la rivendicazione di bellezza, confinando i comportamenti sociali in un dialogo quotidiano con gli schermi della televisione; e che altrettanto produca l’avvilupparsi sempre più esasperato e diffuso delle reti telematiche, trasferendo nel privato le occasioni di relazione interpersonale che un tempo erano l’essenza vera della città.
  12. In tutto ciò vi è certamente del vero, anche perché appare chiaro che i due fenomeni non sono in contraddizione: i modelli di comportamenti indotti dalla televisione, basati sui principi del consumismo e sull’acquisizione acritica dei valori espressi da chi la gestisce, sono infatti favoriti per l’appunto dalla presenza e dall’efficienza delle reti, attraverso cui tutto ormai sembra si possa fare.

    Ma anche a questa obiezione bisogna fermamente contrapporsi. Anzitutto perché tutto ciò non accadrà inevitabilmente, così come non è poi affatto accaduto ciò che al profilarsi di questi epocali mutamenti sociali si era previsto che accadesse: che nessuno più si sarebbe mosso, perché sarebbe stato più facile far muovere le informazioni; mentre al contrario la mobilità è aumentata in modo esponenziale, nelle città e nei territori, con tutto ciò che ne è conseguito. O che la trasmissione delle informazioni attraverso le reti avrebbe sostituito integralmente quella cartacea; mentre è avvenuto esattamente il contrario, e cioè che il consumo della carta, dall’avvento delle reti, sia aumentato del doppio.

    Dunque non sparirà il bisogno di città, né, di conseguenza, la rivendicazione del diritto alla sua bellezza: lo dimostra il fatto che gli spazi delle città, le piazze, i giardini, quando siano ben collocati e ben disegnati,se sono nuovi, o quando li si riqualifichi con interventi appropriati, quando già esistono, generano straordinari fenomeni di riappropriazione collettiva; diventano presto i luoghi – gli unici, in un mondo le cui forme costruite tendono all’omologazione dei modelli su poche e banali tipologie ripetute – nei quali i gruppi e le comunità possano ritrovare radici e identità.

  13. Appare chiaro, alla luce di tutto quanto siamo venuti dicendo, quanto sia lecito e doveroso insistere sul diritto alla bellezza per i luoghi e gli spazi della città contemporanea; cosi come sia importante richiamare alle loro responsabilità quanti operano in tali contesti, direttamente o indirettamente – urbanisti, architetti , amministratori pubblici, politici – perché diano spazio a questa fondamentale rivendicazione. Porremo dunque loro, come è nell’intento di questo Convegno, alcune fondamentali domande.

Agli Urbanisti: se non ritengano che sia venuto il momento di superare quella concezione del piano basata sulla idea che le quantità, con le quali confezionano i loro strumenti, generano automaticamente qualità; di assumere la consapevolezza che gli standard non sono altro che precondizioni, che non producono miracolosamente giardini, piazze, luoghi significativi (al contrario, spesso sono luoghi derelitti, sono solo "ciò che resta" dopo il riempimento delle aree edificabili). Se non ritengono che il dialogo con i cittadini per i quali confezionano i loro piani, alimentato da una appropriata informazione su ciò che di buono accade nel mondo, debba essere posto alla base del loro lavoro. Se hanno compreso che non deve essere assolutamente sprecata questa straordinaria occasione, che non esiterei a definire epocale, di riproporre, con i loro strumenti, la qualità delle nostre città attraverso il ridisegno delle parti divenute obsolete e la ricucitura intelligente delle loro innumerevoli smagliature; pregandoli di non infierire ulteriormente sull’affastellato groviglio delle normative, ed invece di contribuire a dipanarlo, di modo che possa essere ricondotto, da ostacolo, ad ausilio per il progetto; a dedicare uguale attenzione, se non addirittura maggiore, agli elementi naturalistici e del paesaggio, rispetto ai manufatti e alle aree. E a considerare che il loro lavoro può dare un contributo fondamentale alla valorizzazione e alla tutela del patrimonio esistente.

Agli Architetti, soprattutto quando siano personalità eminenti del mondo professionale: se non ritengano che sia giusto cessare di considerare i loro progetti solo come esternazioni autoreferenziali; se non credano che sia venuto il momento di tornare a pensare che i destinatari dei loro lavori non sono le pagine delle riviste di architettura, o i pannelli delle mostre internazionali, ma i cittadini e le comunità per i quali vengono di volta in volta predisposti; che le tematiche su cui occorre impegnarsi non sono solo quelle episodiche ed eccezionali su cui oggi sembra concentrarsi ossessivamente la loro attenzione – musei, sembra non esservi altro di cui valga la pena di occuparsi – ma al contrario i luoghi e gli spazi della vita quotidiana, le case, i giardini, le strade, le piazze, le scuole; che occorre prodigarsi perché l’architettura diventi nuovamente quella "sostanza di cose sperate" che all’inizio della nostra formazione ci aveva folgorato.

Ai Docenti universitari cui spetta la responsabilità della formazione di architetti e urbanisti, soprattutto quando siano impegnati della gestione delle scuole di architettura: come pensano di reagire di fronte al fatto che il profilo culturale e professionale dei giovani che usciranno dai loro istituti tende vistosamente ad appiattirsi su livelli sempre più bassi; cosa pensano del fatto che la disseminazione delle scuole di architettura ha inevitabilmente abbassato il livello dell’insegnamento (si sono fatte tante scuole, d’accordo: ma dove/come si sono trovati i docenti?); che la contrazione degli anni di studio – con il modello della laurea triennale troppo frettolosamente accettato – non garantirà competenze adeguate alle sempre più complesse domande della società civile; che i nuovi modelli didattici basati sulla separazione delle competenze e sulla segmentazione delle discipline in tante entità distinte e poco comunicanti, spaccheranno quella integrazione dei saperi – quella stessa integrazione che oggi rivendicano filosofi, scienziati, medici, letterati, musicisti, sociologi,……- su cui si fonda la capacità di un buon architetto, o di un buon urbanista, di tener testa autorevolmente alle seducenti tentazioni del mercato edilizio.

Agli Amministratori pubblici, di comuni, provincie o regioni: quali ipotesi culturali hanno formulato, o ritengono di poter formulare, per le città ed i territori da loro amministrati, tali da alimentare la rivendicazione del diritto alla bellezza da parte dei cittadini che vi abitano, o che vi abiteranno; e se ritengono che, in questa prospettiva, iniziative e programmi complementari a quelli propriamente urbanistici – come l’animazione degli spazi pubblici, o la messa a disposizione di spazi ed edifici alle comunità che intendano utilizzarli – possano essere concretamente sviluppati, e contribuire a far crescere la domanda di qualità. Se si ritengono sufficientemente equipaggiati, in fatto di idee, strumenti e competenze, per contrastare i modelli della privatizzazione, soprattutto nell’utilizzo delle aree dismesse; e sennò, di quali sussidi abbisognino. Se ritengono di potersi impegnare, nel campo degli incarichi pubblici, sviluppando gli interventi di riqualificazione urbana che certamente si prospetteranno, attraverso progetti nei quali la qualità vanga considerata come requisito prioritario, utilizzando procedimenti concorsuali appropriati, ed incentivando i privati ad utilizzare analoghi meccanismi di selezione dei progettisti; aprendo spazi ai più giovani, contrastando la cattura degli incarichi attraverso le opportunistiche accoppiate fra gruppi improvvisati ed esponenti dello "star system", consapevoli della scelleratezza di una norma che privilegia, nel conferimento degli incarichi pubblici, non chi è più bravo, ma chi ha accumulato maggior ricchezza.

Ai Politici infine, fra le mille possibili, solo due domande per l’immediato, in modo da concludere con proprietà questa nostra discussione: se non ritengano che sia questo il momento per lanciare un programma forte, chiaro ed efficace, a favore della città e del territorio, a partire proprio dal fatto che il diritto alla bellezza del quale abbiamo così a lungo parlato, è minacciato, negli spazi in cui può ancora manifestarsi, da nefasti progetti in atto, come la legalizzazione dell’abusivismo attraverso i condoni, e l’alienazione indiscriminata del patrimonio immobiliare pubblico; e se condividono il fatto che il dirottamento di enormi capitali pubblici su poche "grandi opere", oltre ad essere spesso ulteriore fattore di lacerazione di ambiti e paesaggi di grande valore, sottrae alle città mezzi ed incentivi per quegli interventi di piccola scala che possono garantire la diffusione di processi di riqualificazione degli spazi urbani.

Specie adesso, che stiamo scoprendo di essere diventati più poveri.