NOTE SUL MANIFESTO DELLA RETE CITTA' AMICA

(Roberto Gambino e Massimo Sargolini, novembre 2002)

Nella linea del Manifesto, l'espressione "città amica" è densa di significati. Esprime il diritto ad una città amica di chi ci abita o ci lavora, di chi la usa e chi vi trova riparo, in un orizzonte non solo locale ma globale: città aperta, che costruisce i propri destini sulla consapevolezza delle interdipendenze che legano popoli diversi, culture diverse, economie diverse. Ma amica anche della terra: città che si edifica "collaborando con la terra", risaldando quel rapporto con la terra che l'arroganza tecnologica della "projecting age" aveva profondamente incrinato e che la globalizzazione "irresponsabile" tende a recidere del tutto. Nell'utopia concreta della città amica i diritti alla città e i diritti all'ambiente convergono, diventano inseparabili. La questione urbana si integra nella questione ambientale e paesistica, che riflette la crisi della modernità, le sue promesse mancate e le minacce implicite negli attuali processi di sviluppo. Affrontare, oggi, la questione ambientale, nel significato ampio che essa ha assunto a livello internazionale, implica una critica radicale ai modelli di sviluppo dominanti, lontana tuttavia da ogni nostalgia di una mitica condizione pre-moderna, protesa invece a costruire nel presente le nuove condizioni dell'abitare la terra.

Uno dei temi centrali della questione ambientale è quello della prevenzione dei rischi. Tema trascinato di tanto in tanto sulle prime pagine dei giornali dalle ricorrenti catastrofi (dopo il Molise lo ha richiamato anche il Presidente della Repubblica), ignorato o dissennatamente distorto nell'azione politica ed in particolare nella gestione del territorio: la parola stessa, prevenzione, è tragicamente ambigua, visto che si è arrivati a parlare di "guerra preventiva". Eppure, troppe ragioni costringono ormai a misurarsi seriamente con questo tema.

Le prime e più ovvie ragioni per trattare di prevenzione nascono dall'insicurezza, dalle ansie e dalle paure della società contemporanea, di fronte alla diffusione pervasiva dei rischi, che il "progresso" economico e tecnologico (anche nelle aree del sottosviluppo, che ne pagano i costi senza goderne i benefici) ha drammaticamente accelerato o aggravato. Sebbene l'insicurezza attuale scaturisca spesso da percezioni irrazionali o comunque inadeguate, essa mette a nudo un groviglio inestricabile di responsabilità a tutti i livelli. Esse si manifestano nel lassismo suicida e spesso propriamente criminale con cui si è lasciata incancrenire la piaga dell'abusivismo, ad es. lasciando crescere un insediamento di 650.000 abitanti sulle falde del Vesuvio, in aree destinate ad essere con ogni probabilità investite dalla prossima, inevitabile, eruzione, od accettando che la tragedia di Sarno maturasse; ma anche nei piani e nei progetti che hanno non solo tollerato ma guidato e promosso l'insediamento di case, fabbriche, centri commerciali, campeggi ed impianti sportivi nelle fasce fluviali, nelle coste e nelle aree di dissesto, provocando così quelle che sempre più spesso siamo costretti a definire "calamità pianificate". La cultura tecnica e scientifica è stata spesso e largamente inascoltata (è certamente inaccettabile che si progettino e realizzino opere pubbliche in un comune sismico, ignorandone la sismicità segnalata dagli esperti), ma anche non di rado complice, prona alle spinte lobbistiche ed agli ordini dei poteri forti: dietro alle calamità pianificate ci sono, di norma, le firme degli esperti e i bolli degli uffici tecnici, dietro ai crolli da terremoto ci sono anche le inadeguatezze delle tecniche antisismiche immemori di antiche sapienze, dietro alle dissennate sistemazioni idrauliche che hanno distrutto gli ecosistemi fluviali ed aggravato i rischi di esondazione ci sono apparati tecnici chiusi nelle logiche di settore e nel culto dell'emergenza... Parlare di prevenzione, in questa situazione, significa chiamare ciascuno a prendersi, per tempo, le sue responsabilità nei confronti del territorio: dallo Stato centrale, che ancora non ha provveduto a fissare le "linee fondamentali" dell'assetto nazionale basate sulla Carta della Natura, alle Regioni e alle Province e ai Comuni, cui compete il governo delle dinamiche di trasformazione urbana e territoriale, alla stessa cultura tecnica e professionale ( ed alle strutture che la formano e la alimentano).

Altre ragioni importanti che impongono la prevenzione sono quelle economiche. Dovrebbe essere ormai chiaro per tutti ( ma non lo è) che la prevenzione costa infinitamente meno della riparazione a disastro avvenuto, anche a prescindere dalle vite distrutte. Gli studi dell'Autorità di Bacino del Pò, ad es., indicano un enorme divario tra il costo degli interventi per la messa in sicurezza dell'intero Bacino e i costi periodicamente sostenuti per indennizzare, riparare, ricostruire (e spesso le ricostruzioni, imperiosamente reclamate dalle istanze locali o dalle stesse vittime, ripropongono od aggravano le situazioni di rischio). La prevenzione costa molto meno delle calamità pianificate: ma costa. Non c'è alcuna speranza di avviare una seria politica di prevenzione nel nostro paese se non si orienta risolutamente in quella direzione la spesa pubblica. Garantire livelli accettabili di sicurezza (dai terremoti, dalle alluvioni e dalle frane, dalla vetustà, dagli incendi, ecc.) non solo nelle scuole e negli ospedali, ma in tutto il patrimonio edilizio compreso quello abitativo, in larga misura di vecchia data, è impresa di lunga lena, che richiede tempi e risorse. Affermare, come qualche esponente governativo recentemente fatto, che i soldi ci sono e che possono bastare sia per la messa in sicurezza del patrimonio edilizio che per fare grandi progetti, prima di tutto il Ponte sullo Stretto (negli stessi giorni in cui si contavano le briciole della Finanziaria), è facezia irresponsabile, che nella migliore delle ipotesi rivela una inadeguata percezione delle dimensioni della natura dei problemi. Se si vuol parlare seriamente di prevenzione, bisogna promuovere un drastico spostamento degli investimenti pubblici e privati, nella direzione del recupero, del risanamento e della riqualificazione del patrimonio edilizio ed urbanistico, da tempo indicato da un ampio schieramento di forze scientifiche, culturali, politiche e sociali.

Vi sono poi, nel nostro Paese più che in altri, indeclinabili ragioni culturali che impediscono di rinviare ancora le strategie di prevenzione. Esse sono indilazionabili per arrestare o meglio contenere l'erosione progressiva di un patrimonio artistico e culturale che tutto il mondo ci invidia, dai monumenti eccezionali ai centri storici, all'edilizia rurale, ai paesaggi delle colture agrarie, delle coste, del pascolo e delle foreste, e che ogni anno registra perdite significative. Anche da questo punto di vista è un costo altissimo, se solo si pensa alle ricadute sul turismo, i cui vantaggi competitivi sono e saranno sempre più nel nostro paese fondati su quel patrimonio. Ma le ragioni culturali sono più intriganti. Esse si intrecciano infatti con quelle tecniche ed economiche: ad es. nel senso che il consolidamento preventivo degli abitati a rischio sismico può sventare la possibilità che si ripeta quanto con tragica monotonia si è verificato dopo ogni terremoto (e che sembra debba riproporsi anche in Molise): rilocalizzazioni di interi insediamenti e nuove costruzioni sostitutive, fuori da ogni logica di coerenza con gli impianti storici, con effetti devastanti sui centri storici ed il paesaggio, con la perdita di ogni riconoscibile identità locale e di ogni coesione sociale, tanto più importante dopo eventi traumatici. Parlare quindi di prevenzione, significa anche prendersi cura tempestivamente e diffusamente del nostro patrimonio culturale e dell'identità dei nostri territori.

La scelta della prevenzione, infine, è una scelta di metodo. E' una scelta che nega che l'azione pubblica possa o debba mettersi totalmente a rimorchio delle dinamiche del mercato, perché la costringe ad anticipare gli eventi, a gestire il territorio con prudenza e precauzione. E' una scelta che rilancia insieme le ragioni delle regole e le ragioni del progetto, che sprona tutti coloro che agiscono sul territorio a recuperare la capacità di progettare, di guardare in avanti. Dopo la "morte del piano" decretata negli anni Ottanta a favore non già del progetto, ma della deregolamentazione selvaggia, dovrebbe riaprirsi una nuova importante stagione di risveglio per la pianificazione e la programmazione pubblica. Senza pianificazione non può esserci prevenzione efficace a scala urbana e territoriale, come dimostrano le esperienze e i dibattiti internazionali sui grandi temi dell'ambiente e del paesaggio. Ma le nuove sfide non potranno essere raccolte se non con profonde innovazioni nei quadri istituzionali, negli orientamenti politici e nella cultura tecnica e professionale da cui dipendono le attività di governance territoriale.