Quattro problemi

(Franco Purini)

 

Sono quattro i problemi più urgenti con i quali deve misurarsi il progetto urbano. Il primo è noto da tempo e su di esso esistono diverse soluzioni possibili. Esso riguarda in sintesi i modi attraverso i quali ottenere una maggiore qualità urbana all’interno di una condizione ambientale da rigenerare in profondità. La maggiore qualità urbana si può raggiungere predisponendo spazi pubblici più ricchi e complessi nonché più vari e accoglienti, spazi collegati da mezzi di trasporto efficienti che consentano di mettere in relazione parti distinte della città in una dialettica coesistenza di continuità e discontinuità. Spazi che accolgano soprattutto musei, teatri, mediateche, le fabbriche della merce più rara prodotta nell’età degli immateriali, ovvero la cultura. Anche se molti urbanisti e architetti tendono attualmente a riconoscere quasi esclusivamente nelle strutture del mercato le occasioni di una socialità metropolitana considerata come ormai residuale, in quanto sostituita in questo modello interpretativo dalla presenza ectoplasmastica e statistica di campioni della cittadinanza nella piazza telematica, in ciò aderendo ambiguamente alle tematiche di Rem Koolhas, sospese tra nichilismo, estetizzazione e opportunismo, occorre sostenere con energia che la città non può compiersi nella sola dimensione economica, ma in una convergenza organica della pluralità conflittuale di tutti i suoi aspetti. Che la città sia oggi solo mercato è una convinzione purtroppo molto diffusa tra i progettisti di sinistra e sta provocando danni considerevoli sia sul piano teorico sia su quello delle azioni reali sulla città. C’è da aggiungere che una maggiore qualità urbana, che per inciso è garantita anche dalla conservazione del patrimonio edilizio esistente, operazione che non è in alcun modo puro mantenimento di situazioni già date, ma loro reinvenzione, comporta anche la capacità di articolare e di differenziare l’offerta di spazi pubblici. Spazi da declinare a seconda delle aspettative di quei singoli gruppi sociali che ormai da parecchi anni hanno preso il posto delle precedenti classi teorizzate dalla sociologia di matrice marxista. Gruppi che ambiscono giustamente a una loro rappresentazione nella città. Il secondo problema sul quale, come sul primo, è piuttosto intensa la discussione, anche se si tratta di una discussione ancora astratta, riguarda l’accesso alla comunicazione urbana e la partecipazione sempre più estesa alle scelte riguardanti le modificazioni della città. Tale problema concerne le nuove forme della democrazia - la democrazia della rete – che la diffusione degli strumenti digitali rende imminente, estendendo in maniera impensabile fino a pochi anni fa la capacità collettiva di interagire, prefigurando scenari decisionali di straordinario interesse. L’esistenza di questi mezzi di comunicazione che vivono in uno spazio fluido e metamorfico si scontra oggi con il persistere di forme urbane rigide e compartimentate: da qui una contraddizione che rischia di vanificare ogni possibilità di moltiplicare in modo esponenziale le risorse ancora non del tutto esplorate che la rete possiede. Il terzo problema, sul quale i contributi non sono stati finora numerosi e significativi, si identifica nella costruzione di una pratica della località come linea di frattura fra processi urbani generali e situazioni specifiche. A fronte delle logiche omologanti, ma anche contro ogni chiusura in autoprotettivi contesti ristretti, va verificata con ispirata attenzione la possibilità di realizzare autonome unità di significato urbano, entità in grado di reagire alle trasformazioni delle città elaborando volta per volta risposte puntuali ma positivamente transitorie. Ed è proprio su questa idea evolutiva e critica della località, un’idea che è prima di tutto politica, che il progetto urbano trova le sue prospettive più promettenti. Il quarto problema, il meno presente alla riflessione di urbanisti e architetti, consiste nell’esigenza di dar vita a nuove narrazioni urbane capaci di coinvolgere strati sempre più ampi della popolazione con l’obbiettivo di creare potenti mitologie collettive. Narrazioni nella quali avrà una parte la città multietnica e quindi multiculturale, in una riconfigurazione totale delle identità, da vivere come realtà che si definiscono solo in relazione con altre. Dalla morte di Pier Paolo Pasolini ad oggi ogni vera narrazione urbana sembra essere scomparsa dalla scena italiana. Perché questi momenti di convergenza comune su immagini e miti condivisi possano risorgere con temi del tutto reinventati e con rinnovate finalità c’è bisogno che gli urbanisti e gli architetti escano per qualche tempo dalla loro tecnicità per riscoprire l’inevitabilità di una tensione utopica verso la bellezza della città, una bellezza che comprenda le differenze e le disarticolazioni, la dissoluzione dell’unità e la ricerca da parte di frammenti urbani di nuove polarità.

Rifiutandosi di assecondare la decadenza apparentemente inarrestabile della città contemporanea, che fa della dimensione metropolitana non tanto un fattore di crescita sociale quanto un elemento di degrado sempre più pervasivo e resistente, gli urbanisti e gli architetti di sinistra debbono saper coniugare il dominio sempre più consapevole e avanzato dei loro strumenti disciplinari, da usare non in senso esclusivo e separatore, ma come un insieme di saperi mobili da esercitare sulla base di una delega da confermare ciclicamente, con quella creatività fatta di forza inventiva nutrita dell’attitudine a scoprire il nuovo in ciò che esiste senza la quale la parola mestiere suona triste e scontata.

Dicembre 2002