Diritti urbani e governo del territorio/ Villa Valmarana 6.02.2004

Diritto alla bellezza

Forma e valore degli spazi urbani nella città contemporanea

( appunti di Cristiano Toraldo di Francia)

 

La sostituzione avvenuta nel secolo scorso, nella frequentazione degli spazi pubblici, dei luoghi con i non luoghi, ovvero il passaggio oramai definitivo dalla città naturale, alla metropoli artificiale, ha imposto una diversa presa di coscienza della natura di spazio urbano. Se da una parte i centri storici si avviano a liquefare la loro struttura urbana verso una omologazione scenografica degli spazi, secondo percorsi turistici sovrapposti, dall’altra la città diffusa persa ogni illusione di ritorno ad una organizzazione gerarchica degli spazi e tantomeno ad una divisione per parti funzionalmente omogenee, si avvia a diventare un magma di elementi a scale diverse, più o meno orientato dalle grandi infrastrutture e punteggiato, come i coriandoli di un layer di Koolhas per La Villette, dai nuovi grandi contenitori ibridi, shopping mall, stazioni, aeroporti, autogrill, etc.

Queste strutture caratterizzate da un microclima controllato spesso riproducono artificialmente al loro interno la forma urbana, fatta di strade e piazze, spostando sul piano della simulazione e del giuoco le attività del quotidiano.

Il Mall come dice Amendola, "rende esperibile la città desiderata e sognata e tiene a distanza gli incubi urbani (l’imprevisto, la violenza, l’inquinamento, gli "altri" non desiderati)."

Questo progressivo spostamento verso una natura di intrattenimento dei grandi contenitori del transito e del consumo ed in generale di tutti gli aspetti della vita sociale della città, si è spinto fino a caratterizzare il grande tema sul quale si è concentrato il dibattito sulla città nel novecento, la residenza.

Sempre più spesso, come aveva del resto già scritto Debord nel 1967, l’industria dell’"entertainment" si occupa di organizzare l’immagine di nuove enclaves residenziali, sostituendo al mito modernista di una architettura trasparente per una società di eguali, il nuovo mito di una condizione generalizzata di turisti o giocatori partecipi di un ordine rappresentato da un’architettura pittoresca e consolatoria.

1- Forse allora di fronte a questa nuova subdola omologazione che oramai pervade la città contemporanea e con essa la condizione urbana degli abitanti di un territorio metropolitano diffuso, parlare di diritto alla bellezza vuol dire rifiutare il recupero nostalgico che si cela dietro alla ricostruzione della città europea facendo ricorso a strutture urbane omologanti (storiche, tipologiche, etc.), ma accettare invece il valore della complessità dello "sprawl", senza rifiutarne le caratteristiche di mutevolezza e transitorietà, ma invece rinforzando il carattere "poroso" dei volumi e degli spazi sì da permetterne un uso libero e temporaneo.

Edotti dalla constatazione che il secolo trascorso ha visto sovvertire qualsiasi destinazione funzionale, ci deve oggi interessare il carattere ibrido delle architetture e degli spazi urbani caratterizzati dalla compresenza di molteplici forme e funzioni.

2- Ma il diritto alla bellezza passa anche attraverso il diritto alla qualità, e alla conseguente battaglia contro la disinformazione. E’ inutile però continuare a parlare di qualità degli spazi urbani, se non si risolve l’anomalia tutta italiana, per cui abbiamo una percentuale di architetti per abitante più grande d’Europa, un numero di Facoltà e una editoria di settore altrettanto importanti, ma allo stesso tempo dobbiamo constatare che solo il 14% del costruito (stima ANCE 2003) è progettato da architetti, mentre il restante 86% è costituito da edilizia firmata da molteplici altre categorie professionali tecniche, dai geometri ai periti industriali.

Del resto in Italia per alcuni settori siamo ancora in regime di emergenza, come per la ricostruzione del dopoguerra, ovvero in balia di quel falso moralismo, duro a morire, per cui una costruzione elevata per contenere produzione di lavoro operaio, fabbrica o capannone che sia, può non curarsi della qualità architettonica (lusso inutile) e tantomeno urbana, occupando invece bestialmente larghe porzioni di territorio.

3- Un’altra anomalia tutta italiana è rappresentata dal divario esistente tra il mondo della produzione degli oggetti e degli strumenti per gli spazi interni dell’abitare e il mondo delle costruzioni dei contenitori, dalla casa alla fabbrica.

Se per il primo abbiamo espresso un alto livello di qualità nella ricerca e nel dibattito culturale, coerentemente questo si è sempre tradotto in qualità di progetto, innovazione sui materiali, nuove tecnologie, adeguamenti produttivi, che hanno condotto la produzione di "design" italiana a mantenere una leadership ininterrotta fino ai nostri giorni.

Per il secondo abbiamo invece un mondo che ha investito troppo poco nella ricerca, appagato e ancora troppo condizionato dall’ideologia della conservazione, che ha finito con l’attribuire un carattere negativo al moderno, dopo aver troppo frettolosamente archiviato l’esperienza razionalista, rea di parziali compromissioni con il regime fascista.

L’industria italiana delle costruzioni, favorita da normative e regimi legislativi per le gare, concentrati sull’aspetto economico dell’offerta a minor costo, è oramai in larga parte obsoleta e sicuramente poco abituata ad investire in qualità.

 

4- L’ultima considerazione, che in qualche modo deriva dalla precedente è la constatazione della contrapposizione esistente tra privato e pubblico, dove il primo termine si configura come dotazione di spazi rappresentativi, di qualità, amati, rinnovati e aggiornati, mentre il secondo si caratterizza per la disaffezione cronica e la diseducazione verso lo spazio pubblico considerato estraneo, casuale, non progettato o troppo progettato (oppressivo), di scarsa qualità, e troppo spesso soggetto ad altrettanto scarsa cura e manutenzione da parte delle amministrazioni.

Da queste osservazioni può partire un’azione di riequilibrio che trasferisca altrettanto diritto alla bellezza agli spazi della comunità, consapevoli che forse il progetto può riacquistare un senso "politico" nella gestione e rappresentazione dei conflitti dello spazio contemporaneo se, così come abbiamo da tempo superato la nozione di città "naturale", oramai non si possa solo fare riferimento alle logiche di aggregazione della metropoli, ma occorra includere nuove figure dell’abitare collettivo e nuovi protagonisti di spinte comunitarie che richiederanno nuove forme di architettura urbana "artificiale" .