MOZIONE DELL’ULIVO SULLA RICERCA

Gli scienziati italiani, riuniti in assemblea nell’aula magna del Cnr, hanno manifestato con un minuto di silenzio la loro protesta contro i decreti del governo. Una delegazione di parlamentari Ds, guidata dal segretario Piero Fassino, ha partecipato a quell’assemblea.

Parlando direttamente con le persone che si occupano di scienza colpisce soprattutto una cosa: si sentono offesi per non essere stati consultati per tempo e con serietà dal ministro Moratti.

Il confronto con la comunità scientifica – promesso ad ottobre dal ministro - non è mai avvenuto. I presidenti degli enti hanno ricevuto fuori tempo massimo, a sole 12 ore dalla presentazione in Consiglio dei Ministri, una sintesi delle linee guida del decreto e non il decreto stesso, che continua a rimanere un minaccioso fantasma.

Questo è il metodo decisionale adottato dal governo attuale. Rivelatore di un’intenzione ancora più grave. Per la prima volta si vuole introdurre il comando dei partiti di governo sulla ricerca scientifica. Fino ad oggi il governo si limitava a nominare gli organi degli enti ( presidenti e in alcuni casi consigli di amministrazione), ma i direttori degli istituti erano scelti per meriti scientifici, mediante concorso. Ora, s’introduce un nuovo livello intermedio: il dipartimento, che aumenta la stratificazione gerarchica anziché rimuoverla. Il dipartimento avrà compiti decisionali nell’attività di ricerca e i dirigenti saranno nominati dalla brutta politica.

Così, al posto del merito conterà il padrinaggio politico. Al posto dell’autonomia scientifica subentrerà la lottizzazione dei partiti. A decidere se finanziare nanotecnologie e postgenomica sarà forse la riunione di maggioranza? Non era mai accaduto in Italia, neppure nei periodi più bui.

Tutto ciò non avviene per caso. L’intenzione del governo è portare l’Italia fuori della ricerca di base. In meno di due anni i tagli ai finanziamenti hanno portato alla paralisi di importanti enti di ricerca: il CNR ha i soldi solo per pagare gli stipendi e mantenere gli impianti, quasi niente per la ricerca, e, infatti, ha già disdetto le sue collaborazioni ai progetti europei. L’Istituto per la fisica della materia, un gioello che opera nelle punte più avanzate della ricerca mondiale, è in via di soppressione. L’Agenzia spaziale abbandona le missioni scientifiche di ricerca nel cosmo. L’Italia è l’unico paese europeo a diminuire l’investimento in ricerca. Anche quelli che erano il fanalino di coda dopo di noi, come Spagna e Grecia, hanno intrapreso forti programmi di sviluppo e fra un po’ ci supereranno. L’Italia rischia di rimanere ultima in Europa e di scomparire sulla scena internazionale.

Non è frutto del caso. Dietro c’è una politica consapevole, espressa con chiarezza dall’ideologia tremontiana, che ritiene uno spreco la spesa in ricerca e trova più conveniente andare a comprare i brevetti dai paesi più sviluppati.

E’ una politica autolesionista. Tutti gli studi, da ultimo quello dell’Ocse:, dimostrano una cosa semplice: chi non produce brevetti non sa neppure usarli. Tutte le esperienze internazionali dimostrano una stretta correlazione tra ricerca e competitività di un paese. E poi non è in gioco solo l’economia. Lo sviluppo della scienza attiene al rango civile di un paese, alla ricchezza della sua cultura, alla sostanza della sua libertà, al futuro dei suoi giovani. Al contrario, arretrare nella ricerca scientifica significa davvero prendere la strada del declino. Con questa politica il Governo asseconda il declino italiano.

Noi, invece, ci batteremo in Parlamento per modificare la politica della ricerca. Avanzeremo proposte precise.

1 – Libertà della scienza – E’ insieme una garanzia e una risorsa per un paese democratico. Nell’organizzazione della scienza non ci deve essere altro criterio che il merito dei ricercatori e i risultati della ricerca.Vogliamo cancellare tutti i punti dei decreti Moratti che determinano un’invadenza della politica a discapito dell’autonomia scientifica. Anzi, proporremo garanzie nuove anche per le nomine dei presidenti degli enti: potrebbero essere sottoposti ad un voto di gradimento da parte dei ricercatori, come fanno i giornalisti con i nuovi direttori. Inoltre, per rafforzare il peso della comunità scientifica chiediamo l’istituzione dell’Assemblea della Scienza, un organismo elettivo dei ricercatori, con compiti consultivi e propositivi sulla politica nazionale della ricerca.

2 – La ricerca ha bisogno dei giovani – L’attuale età media dei ricercatori italiani è di circa cinquant’anni e, in molti laboratori, gli scienziati non trovano giovani ai quali trasmettere la loro esperienza. Nelle università italiane, in rapporto al numero degli studenti, i professori sono la metà degli altri paesi europei, e gran parte andranno in pensione nei prossimi anni.

Con l’attuale blocco delle assunzioni si interrompe quel naturale scambio generazionale che è alla base del progresso scientifico. Si impedisce ad una nuova generazione di ricercatori italiani di dimostrare il proprio talento, costringendoli ancora ad emigrare per fare ricerca. Il basso numero di ricercatori è il vero problema italiano. Ci risulta evidente nei progetti europei. L’Italia, versa in rapporto al Pil, circa il 14% e ottiene solo il 9%. Queste cifre vengono citate come una critica alla ricerca italiana, mentre dimostrano i suoi grandi meriti. Infatti, la capacità di acquisire finanziamenti europei dipende prima di tutto dal numero di ricercatori, che, purtroppo, nel confronto europeo è appunto molto basso e corrisponde a circa il 6%. Quindi, se acquisiamo il 9% è solo per la genialità dei nostri ricercatori. Proponiamo un programma straordinario per l’assunzione di 5000 giovani ricercatori negli enti e nelle università per i prossimi cinque anni. Si possono trovare i soldi. Per quest’anno basta impegnare il fondo speciale istituito nella Finanziaria. Per i prossimi anni si può ripristinare la tassa sulle successioni dei grandi patrimoni, eliminata da Berlusconi con tempismo nei primi 100 giorni. Ripristinandola, noi proponiamo di abolire un privilegio per consentire ai giovani talenti italiani di fare ricerca. E a tutta l’Italia di essere più ricca.

3 – Per una vera governance della ricerca – Gli Enti di ricerca sono impegnati da diversi anni in un processo di riforma. Adesso non si può ricominciare daccapo, nessuna struttura può funzionare se è continuamente in trasformazione. Si facciano subito quelle correzioni che si rendono necessarie sulla base di una valutazione serena dei risultati raggiunti. Occorre invece mettere mano alla vera strozzatura del sistema che è rappresentata dal Ministero. Dovrebbe esserne consapevole prima di tutto la Moratti, visto che nel 2002 ha raggiunto il record del ministero con la più alta quota di residui passivi nel suo bilancio. Per scrivere il decreto di trasferimento dei fondi ha impiegato ben undici mesi! Non solo, oggi fanno politica della ricerca tanti altri ministeri (Industria, Agricoltura, Sanità, Tesoro ecc.) e ora anche le Regioni, ma tutti nella più assoluta mancanza di coordinamento e nella più ampia dispersione degli interventi. Quello che bisogna riformare, prima di tutto in Italia, è proprio il livello governativo. Ci vuole una struttura nuova, di alta competenza, con professionalità scientifiche e non solo burocratiche, con visioni strategiche e non meramente amministrative. Occorre una tecnostruttura del tipo di quella che in Europa gestisce il sesto programma quadro. Questa è la vera riforma che serve all’Italia.

4 – Lo spazio europeo della ricerca – Il futuro dei nostri enti di ricerca non si gioca su un ennesimo regolamento amministrativo, ma sulla possibilità di integrarsi sempre più con gli altri centri di ricerca europei. Il futuro del CNR non dipende da una diversa composizione del consiglio d’amministrazione, ma dalle attività che riesce ad integrare con i suoi simili, il Max Planck tedesco o il CNRS francese. In tal senso, proponiamo di raccogliere e realizzare l’idea del commissario europeo Busquin di costituire un’agenzia europea della ricerca con il compito di integrare le risorse degli Enti nazionali. D’altronde, i ricercatori sono abituati a lavorare tutti i giorni in team internazionali e quindi sarebbe bene che lo facessero anche le loro organizzazioni scientifiche. Tutto ciò consentirebbe una formidabile concentrazione di risorse su obiettivi strategici a livello europeo e consentirebbe di esaltare le diverse risorse nazionali. In questo spazio europeo della ricerca diventerebbe ancora più efficace l’investimento pubblico. Per questo deve divenire vincolante l’obiettivo stabilito nel vertice di Lisbona di un investimento al livello del 3% del pil europeo entro il 2010. L’Italia deve farsi promotrice di tale politica nel semestre della sua presidenza. E per essere credibile deve cominciare da subito a rifinanziare la ricerca nazionale. Prima che sia troppo tardi. Prima che altri ricercatori abbandonino il nostro paese. Prima che si spiani un’altra via del declino italiano.

5- Ricerca e competitività –Il governo ha riaperto l’oziosa quanto inutile querelle fra ricerca di base e ricerca applicata, fra ricerca pubblica e ricerca privata. Ma, poi, lo stesso governo ha risolto brillantemente la questione negando ad entrambi i fondi. Infatti, i tagli non riguardano solo gli enti. Hanno fatto mancare i finanziamenti anche a migliaia di imprese che hanno partecipato ai bandi pubblici e sono state dichiarate idonee da più di un anno. Quella contrapposizione è dannosa per il paese. Ormai sappiamo che non esiste una netta divisione tra ricerca di base e ricerca applicata e che spesso l’una è monca senza l’altra. Occorre incentivare gli scambi tra le imprese e i centri di ricerca pubblici. Sono le migliori esperienze internazionali dei distretti high-tech a ricordarci che l'innovazione non nasce nel deserto di finanziamenti e di progettualità, ma intorno a forti centri pubblici di ricerca e di formazione.